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:: 18.11.03 ::

La pornografia del dolore
So che in questa giornata di lutto nazionale per le 19 vittime italiane dell’attentato di Nassirya rischio l’impopolarità con questo post, ma ormai da giorni e giorni assistiamo ad una messa in scena del dolore che rasenta la pornografia.

Ogni giorno, ad ogni ora da mercoledì scorso rimbalzano dalla televisione immagini e parole di sofferenza, di cordoglio, di partecipazione. Il paese è commosso e si commuove, senza pudori, con una teatralità tutta italiana (senza nulla togliere con questo al dolore vero di chi la perdita l’ha subita in prima persona). Assistiamo impotenti alla messa in scena di tutti i luoghi comuni della retorica acchiappa-lacrime: “Quando lo ha visto per l’ultima volta?”; “Quali sono state le ultime parole che avete scambiato?”; “Ha rimpianti?”; “Pensa di poter perdonare?”. I giornalisti hanno seguito come segugi ogni spostamento delle salme (dall’Iraq all’aeroporto di Ciampino, all’Istituto di medicina legale per “il doloroso riconoscimento”, alla camera ardente del Vittoriano, alla Basilica di San Paolo per i funerali): e hanno profuso su di noi i loro commenti, da “Questa giornata lascerà in tutti noi un segno indelebile” a “E invece è tornato così, avvolto in una bara tricolore”. Senza mai una briciola di attenzione reale alla sofferenza di chi è rimasto (“i parenti delle vittime”), e che forse meriterebbe di essere lasciato in pace, di avere intorno un po’ di silenzio.

Ma il silenzio scenderà. Spenti i riflettori del lutto, tutti dimenticheranno, tutti dimenticheremo. Ora è molto facile dire: “lo Stato non vi dimenticherà”. Invece lo farà eccome: ricordiamo solo l’indecenza delle estenuanti attese per avere una casa vera, e non solo container, toccata a tutti coloro che sono rimasti colpiti da un terremoto italiano. Vorrei proprio invece che qualcuno ricordasse, tra un po’ di tempo, chi è rimasto senza fratello, padre o marito, chi è rimasto senza lo stipendio di una missione all’estero che permetteva il sostentamento di una famiglia. E non si creda che un avanzamento di grado, per chi magari era solo appuntato scelto, possa rappresentare un qualsivoglia risarcimento – sia pure soltanto economico – per chi è rimasto e deve continuare a vivere. Con dignità, e senza mendicare attenzione dallo Stato.

:: chiara 11/18/2003 09:33:00 AM :: permalink
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