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:: 24.5.03 ::

E adesso, sposami!

Mi permetto una piccola incursione in un terreno che pratico per professione e che proprio per questo cerco in genere di lasciare fuori da valutazione più personali. Ma questa volta non riesco a evitare che il mio “occhio sulla tv”, per contratto asettico e scevro da considerazioni di gusto, si trasformi in uno sguardo stupefatto, e forse anche orripilato.

E’ di qualche giorno fa l’esordio sulla rete ammiraglia della Rai di un nuovo show di prima serata: “Adesso sposami”, presentato da Antonella Clerici. Naturalmente, nulla di nuovo sotto il sole: è un people show, adattamento di un format già andato in onda con successo sulla tv olandese. La performance su Raiuno non è andata male in termini di ascolto: un ragionevole 21 per cento di share, con conquista della serata a danno di Canale 5.

Ma non è di questo che voglio parlare. Non voglio dire che si tratta probabilmente di un successo effimero, perché il programma è ripetitivo nella sua struttura e si rivolge ad un target esageratamente femminile e tradizionale, persino per una rete che deve cercare di riconquistare il suo primato generalista: queste sono considerazioni professionali. Invece voglio spogliarmi di queste vesti fredde, e lasciarmi andare all’orrore sincero che questa serata tv mi ha regalato.

Partiamo dal titolo: “Adesso sposami”. Nessuno coglie la sfumatura impositiva, l’urlo atavico della donna che cerca di incastrare il maschietto recalcitrante? Perché inevitabilmente – anche se la struttura del format sarebbe politically correct – le protagoniste sono quasi tutte donne: nella prima puntata quattro su cinque. Tutte lì, a fare una “sorpresa” al fidanzato o presunto tale (qualcuno infatti dava anche la sensazione di non sapere di essere “fidanzato”). Parandosi davanti a lui addobbata da sposa, incluso velo acconciatura bouquet e quant’altro, per estorcergli una formale promessa di matrimonio davanti a milioni di testimoni e a un ufficiale di stato civile.

Questa sfilata di donne italiane di oggi – comparse non erano e non sembravano, cosa che fa ancora più orrore di una sana fregatura-tv – è stata davvero inquietante. Giovanissime (la più matura aveva 21 anni) e convinte di aver trovato l’uomo della loro vita. Chiamate a spiegare il perché di questa convinzione, e quindi il motivo della loro presenza nel programma, nessuna di loro è stata capace di argomentare, di far comprendere le ragioni profonde di questo sconfinato sentimento. Amore senza parole, o parole – poche – senza sapere cosa sia l’amore?

Solo una cosa brillava nei loro occhi: la visione dell’amato che le portava all’altare. Per questo, erano palesemente disposte a qualsiasi cosa: a ingannare il partner per farlo venire in trasmissione con una scusa, a organizzare in segreto la loro partecipazione al programma, a sottoporsi allo stress di una totale vestizione “da sposa” per arrivare solo a strappare una promessa di matrimonio e non – ancora – un matrimonio vero. Ma soprattutto erano disposte a torturare il presunto fidanzato.

Ognuno dei partner convocati ha dovuto percorrere un tunnel buio (chissà perché, forse solo per farlo stare più a disagio), si è trovato all’improvviso sotto i riflettori, in uno studio tv, accecato dalle luci e confuso. Ognuno ha visto stagliarsi davanti a lui l’amata con espressione sognante, in un lungo bianco abito e pronta da impalmare. Ognuno di loro, a questo punto, ha reagito con una sola espressione: quella del panico. Sia che abbiano poi accettato o rifiutato, il primo istinto è stato sempre e palesemente quello della fuga. E al loro posto sarei fuggita anch’io.

Esiste davvero questa Italia? Esistono queste donne che sembrano appartenere agli anni Cinquanta, e che sembrano vivere di un’unica sola cosa? Esistono questi uomini in trappola, che accettano il ricatto del matrimonio (che dicano sì o no, il programma prevede che indossino comunque l’abito da cerimonia) ma hanno la morte sul viso? La reality tv ci dice di sì. E ci regala – amaro regalo – uno sguardo di stupor sulle giovani generazioni, sull’Italia che verrà. Se oggi l’Italia ufficiale ci spaventa, perché non ci rappresenta, ci spaventa ancora di più scoprire che così tanto rischia di somigliarle l’Italia della gente comune. Che vuole realizzare ad ogni costo il proprio sogno più banale, e che per questo tornaconto è disposta a passare sopra tutto e tutti.


:: chiara 5/24/2003 06:20:00 PM ::
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:: 18.5.03 ::
Nascono i "quaderni" del Mestiere di Scrivere

Il primo titolo, di Daniele Fortis, è dedicato alla semplificazione del linguaggio ed affronta i segreti del Plain Language, inteso come una disciplina dotata di piena dignità scientifica

Va online oggi il primo quaderno del Mestiere di Scrivere, il sito di Luisa Carrada dedicato alla scrittura professionale, in particolar modo quella aziendale (business writing) e orientata al web (web writing). Da profonda conoscitrice delle logiche di fruizione editoriale, Luisa Carrada sa che le pagine web non sono sempre adatte a tutti i tipi di testi. Meravigliose per la comunicazione estemporanea, sia di carattere informativo che emotivo, non sempre si prestano all'approfondimento culturale e professionale.
"A volte", dice oggi nel suo sito www.mestierediscrivere.com, "quando i testi sono lunghi, la struttura sequenziale e il tema molto approfondito, la classica dimensione del libro da sfogliare è ancora quella che funziona meglio".
Ecco allora una nuova iniziativa editoriale che sfrutta il web come mezzo di distribuzione per volumetti di impostazione tradizionale, completi di indici, bibliografie e apparati di note, salvo il fatto che la loro impaginazione è elettronica e sono liberi dal copyright, dal vincolo del prezzo e dalle mediazioni imposte delle case editrici.
La collana dei quaderni del MdS presenta libretti agili, di facile consultazione, ma da scaricare in formato pdf; pensati quindi perché ogni lettore li stampi e li legga con calma, senza i pixel luminosi a stancare lo sguardo.
L'argomento del primo quaderno è la scrittura semplice: il titolo, "Il Plain Language: quando le istituzioni si fanno capire".
Di sole 24 pagine, è scritto da un linguista, Daniele Fortis, che approfondisce un tema già trattato in passato in un articolo pubblicato dal Mestiere di Scrivere, quello della semplificazione del linguaggio delle pubbliche amministrazioni. Ora Fortis, in uno spazio più ampio e più articolato, espone i principi della disciplina che studia su basi cognitive le procedure da seguire per non cadere nel "burocratese".


:: sandra 5/18/2003 10:04:00 PM :: permalink
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