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:: 19.4.03 ::

Quello che i libri non dicono

I siti, molti dei siti che ancora si fanno, somigliano terribilmente a quello che non si dovrebbe mai fare: in tema di usabilità, accessibilità e anche di semplice gradevolezza. E spesso ciò che leggiamo nei libri – sui perfetti processi di redesign da seguire, sui controlli e sulle validazioni – non è così facilmente esportabile nella realtà. Soprattutto, però, non ci dicono come farlo: come applicare la teoria alla realtà. Le modalità invece sono importanti, perché hanno a che fare con le persone: persone vere, e non libri.

Ecco un tranche de vie. Sono stata da poco chiamata a dare una consulenza di architettura dell'informazione e content design per un sito della pubblica amministrazione: per l'esattezza quello di un comune di circa tredicimila abitanti. Nel sito attualmente online c'è praticamente tutto quello che può fare orrore a un cultore del web usabile, accessibile o anche semplicemente accettabile. Ma dietro ogni pagina, dietro ogni scritta che lampeggia, salta o variamente si muove, dietro le foto pesanti, dietro i collegamenti interrotti c'è una storia.

La storia è quella dell'impegno di un gruppo di persone che, in barba a tutto e a tutti, hanno lavorato per costruire il sito. Senza una guida coerente, ma con grande fiducia e grande energia, e moltissima fatica. Ci sono gli scontri quotidiani con le persone e i dipartimenti ostili, il più delle volte tali solo per ignoranza (del web). Ci sono le manchevolezze della struttura: la pagina “not found” dell'ufficio non è tale per errori tecnici inconsapevoli, e perché manchi appunto la pagina web, quanto perché non è mai stato costituito il relativo ufficio anche se obbligatorio per legge. Il “not found” virtuale copre un “not found” molto reale, e molto più grave. E così via.

La mia prima reazione? La fuga, ovvero: in quel coso non ci metterò mai le mani. La seconda reazione: Catone il censore. Armata di penna rossa, ho cominciato a stilare lunghi elenchi di “questo non si fa, questo neanche, questo dimenticatelo”. Grazie al cielo, non ho fatto nessuna di queste cose: invece, ho aspettato di capire. E mi sono ricordata che si deve sempre amare il sito su cui si lavora, anche se ci si arriva e lo si conosce quando gran parte del lavoro dannoso è già stato fatto.

Così, ho aspettato di conoscerlo. Di entrarci dentro. Di scoprire le persone, di sposare il loro sguardo, le loro motivazioni. Non potevo distruggere con i diktat qualcosa in cui avevano messo tanta energia: anche se modificare radicalmente quasi l'interezza del lavoro fatto fino a questo momento sarà inevitabile. Ho cercato di “incontrarli”: di motivare loro a scoprire cosa c'era che non andava. Così, le modifiche da fare, la massiccia opera di restyling verrà da loro, da dentro e non da fuori.

Anche i manuali americani, così puntuali nel definire i passi del processo di redesign, nel fornire lunghe check list e dettagliatissimi questionari, ci insegnano a fare qualcosa del genere?! No, non mi pare: questo non lo insegna nessuno. Sta alla sensibilità personale, alle attitudini e alle inclinazioni del professionista. Invece forse anche questo aspetto dovrebbe entrare a far parte a tutti gli effetti del processo di redesign, e diventare di esso uno step fondamentale: quello della mediazione e della motivazione.


:: chiara 4/19/2003 07:13:00 PM :: permalink
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