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:: 3.1.03 ::

C’era una volta… il Servizio Opinioni Rai

Certe cose, probabilmente, rimangono del sangue: o fanno semplicemente parte del proprio dna, non solo culturale. La mia famiglia, ad esempio, è sempre stata una “famiglia Rai”: babbo assunto come “ispettore” del “Settore propaganda e sviluppo” (era uno degli omini che andavano dai rivenditori di apparecchi televisivi per controllare chi aveva effettuato acquisti e quindi controllare gli abbonamenti), mamma assunta nella struttura del “Servizio Opinioni”. Così, la mia vocazione Rai è stata pressoché inevitabile: e adesso mi sono ritrovata con la curiosità di ri-scoprire strumenti che la Rai ha utilizzato in passato, proprio come il Sevizio Opinioni in cui lavorava la mia mamma, e che sono stati poi sommersi e dimenticati all’avvento del mostro onnivoro dell’Auditel.

Il Servizio Opinioni Rai è nato, addirittura, nella seconda metà degli anni Cinquanta, con l’obiettivo di misurare ascolto e gradimento (notare come le due cose andassero di pari passo…) di programmi radio e poi tv: i primi programmi tv a diffusione pubblica – precedentemente ne erano stati fatti di sperimentali – risalgono infatti al 1954, per l’esattezza al 3 gennaio. La rilevazione degli ascolti veniva chiamata “barometro d’ascolto” e comportava interviste su un campione di mille persone (individuate sia nei grandi centri urbani che nei piccoli centri), effettuate da collaboratori esterni del Servizio Opinioni: le domande riguardavano l’ascolto della giornata precedente, su quali canali e in che orari, sulla base dei quarti d‘ora. Sul retro di questa scheda, c’erano alcune domande di approfondimento, come lo stile di consumo della tv. In considerazione dell’urgenza di rilevazione dei dati di ascolto, invece di aspettare tutta la complicata trafila – i resoconti della interviste venivano inviati per posta, poi dovevano passare su schede perforate … - esistevano dei “capi area” che contattavano gli intervistatori per avere i dati relativi al prime time, e che poi chiamavano in sede, comunicando così i totali registrati: dopo 3 o 4 giorni erano pronti gli ascolti della serata. Le schede complete veniva invece elaborate in report mensili.

Altra costante rilevazione era quella che riguardava il gradimento: naturalmente, il panel di utenti subiva cicliche rotazioni, e la rilevazione era in questo caso settimanale. I soggetti campione compilavano, da soli, un questionario sul gradimento dei programmi, con domande come “Ha visto il tal programma? Quanto l’ha gradito? Molto abbastanza poco per niente”…; si misurava il gradimento di tutto, anche della trasmissione della Santa Messa. Esistevano poi indagini mirate su alcune trasmissioni, e in questo caso venivano effettuate telefonate agli utenti alla fine della messa in onda: proprio qui interveniva la mia mamma, che la sera – dalla sede di Milano – aveva il compito di raccogliere le interviste realizzate e di inviarle per posta interna alla sede centrale di Roma.
Il panel delle indagini qualitative del Servizio Opinioni è rimasto in vita fino all’inizio degli anni Ottanta, quando tutta la struttura è stata ripensata: era nata la concorrenza, esisteva la necessità di misurare gli ascolti in tempo reale, e anche di eliminare “l’apporto umano” degli intervistatori, che poteva venire considerato un elemento di distorsione dei dati. Così la Rai sperimenta i primi “meter”: ma viene presto criticata (in base al principio che non si può “misurare se stessi”) e l’esperimento durato tre-quattro anni circa – anche con una parziale sovrapposizione con l’Auditel, le cui prime rilevazioni ufficiali risalgono al dicembre 1986 – viene abbandonato.

Il Servizio Opinioni passa ad elaborare i dati auditel; si abbandonano anche le indagini sistematiche sul gradimento, perché la struttura è troppo costosa, e i palinsesti cambiano troppo rapidamente. Solo con la direzione generale di Iseppi viene ripristinata, sotto la struttura del Marketing strategico, una forma di indagine qualitativa: si tratta del cosiddetto IQS, ovvero l’indice di qualità e soddisfazione: che misura – sempre con il sistema delle interviste telefoniche ad un panel di utenti – solo il gradimento per le trasmissioni Rai, sia in forma standard sia con indagini mirate a particolari prodotti. I dati dell’IQS restano però assolutamente riservati.

Viene proprio da chiedersi quale sia il motivo di tanta riservatezza: la risposta – aziendale – è che i dati dell’IQS potrebbero venire utilizzati dalla concorrenza. Ma agli utenti, non pensa nessuno? La mission della Rai è – o dovrebbe essere – ben diversa da quella delle tv commerciali: se per una tv privata che campa di pubblicità misurarsi solo in base alle rilevazioni dell’Auditel può avere un senso (visto che l’Auditel è nata in sostanza per “dare un prezzo” agli spot pubblicitari della varie fasce orarie), per un servizio pubblico non è certo così. Molti altri elementi dovrebbero intervenire, e la misurazione del gradimento dei programmi (messo a disposizione del pubblico) rientra sicuramente tra questi.

Al disgraziato utente che voglia comunque far sentire la sua sul gradimento dei programmi Rai, restano ben poche possibilità: rivolgersi via fax o via email alle redazioni dei programmi stessi, o alle reti, o tentare la delirante carta del call center “Aperto al pubblico” (numero di telefono 199.123.000, gestito da una società esterna): personalmente, le volte che ho provato a chiamare sono stata messa in interminabile attesa da una vocetta meccanica, e non ho mai avuto la pazienza di aspettare che qualcuno finalmente mi rispondesse davvero. Stessi desolanti risultati per la mail che ho inviato a
rapporticonilpubblico@rai.it; penso di aver scritto da circa un mese, ma non ho mai ricevuto nessun segno di vita (neanche un volgare risponditore automatico). Magari qualcuno che legge potrà essere più fortunato di me…


:: chiara 1/03/2003 12:31:00 PM :: permalink
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