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:: 13.11.02 ::

Dimenticare la creatività

Mi permetto qui su queste pagine uno spazio di riflessione personale. Che però forse solo personale non è, forse può appartenere a tanti altri.
Fino a quando risale la mia memoria – tranne che per i rari flash da piccolissima – io ho sempre scritto: o meglio, ancora di più, ho usato la scrittura come un tramite per comunicare con il mondo. Forse anche nevroticamente: ma chi non è un po’ nevrotico?! All’inizio, non aveva nessuna importanza l’obiettivo di questa scrittura: cose scritte per me stessa, in qualsiasi forma, poesie, strani racconti che erano un po’ favole, brani quasi saggistici. Davvero non faceva differenza: era solo espressione, la mia espressione, il mio modo di aprirmi al mondo.

Poi, crescendo, è sorta l’esigenza di dare a questa scrittura una veste professionale e degli obiettivi: a iniziare dal liceo – in cui la mia attitudine “fantasmagorica” venne fustigata da un professore che voleva sintesi sintesi sintesi – la mia scrittura ha imparato a declinarsi in altri modi. Tesine, relazioni, poi sceneggiature e soggetti, poi articoli. Con tutte le tecniche e i trucchi, le ricette che arrivano di conseguenza. Infine la scrittura per il web; quasi la summa di tutte le scritture che avevo praticato fino a quel momento, e anche la sintesi per eccellenza, per la gioia del mio professore di liceo, peraltro amatissimo.
Forse fa parte del “crescere” cercare di incanalare e professionalizzare il proprio, o i propri, talenti. Forse è un processo normale, il consueto svolgersi della vita. Ma a me è accaduta una cosa: certo non soltanto a causa di questo processo di acquisizione di competenze professionali, ma da esso sollecitata ed autorizzata, ho perso man mano il contatto con la creatività. O meglio: ormai la mia creatività era – è – incanalata, orientata solo ad ottenere determinati scopi.

Ora, complice una malattia di qualche giorno e quindi una pausa forzata, ma chissà che altro – magari anche avere questo libero spazio di espressione su Pretesti – mi sono ritrovata di fronte alla creatività nuda. Quella ancora senza forma, senza tecniche e senza obiettivi consapevoli. Scrivere, senza sapere cosa e per chi. Per ritrovare questo sapore ormai dimenticato ho dovuto abbandonare il computer: la scrittura elettronica per me è indissolubilmente legata ad un obiettivo. Anche se molti scrittori si sono cimentati sul tema dell’influenza dei sistemi elettronici di elaborazione del testo nei processi creativi della scrittura, io mi “ritrovo” a livello profondo solo con una penna in mano.

Errando, incerta, tra il vuoto totale, l’horror vacui della pagina bianca, e l’urgenza delle tante e troppe cose da dire, mi sono resa conto che dimenticare la creatività è doloroso, e che anche più doloroso – e faticoso – è cercare di recuperarla. Per questo, a volte, si deve avere il coraggio di fare scelte, di rallentare il proprio ritmo, di non orientare tutto alla produttività: il valore della pausa, della scrittura senza obiettivi, del silenzio almeno temporaneo della tecnologia è da recuperare, per recuperare l’intimità e il contatto con noi stessi. Per ricaricare le pile della nostra creatività, da spendere poi anche, in maniera proficua ed intelligente, nella professione


:: chiara 11/13/2002 05:50:00 PM ::
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:: 11.11.02 ::
Il mondo della pubblicità si interroga sul No Logo. Ma il dialogo è possibile?

In contemporanea con il Forum Sociale Europeo di Firenze, a Parigi, dal 5 all'8 novembre, si è tenuta la "Settimana della Pubblicità" organizzata dall'AACC, l'associazione delle agenzie di comunicazione francesi.
Una coincidenza temporale che non deve essere sfuggita neanche agli organizzatori, se è vero che il filo conduttore di questa edizione è stata una sorta di auto-coscienza sul potere della pubblicità, a metà strada tra l'autocritico e (più spesso e più facilmente) il difensivo.
Il primo motivo di riflessione, presente già nel titolo dell'iniziativa, è stato il potere delle marche ("Le marche: dittatura o democrazia?"), chiaramente in reazione alle contestazioni no global dirette verso le multinazionali, principali inserzionisti pubblicitari (Nike, Coca-Cola, MacDonald), e al successo del volume di Naomi Klein No Logo.

Pubblicitari ed inserzionisti iniziano a fare i conti con le accuse. Naturalmente non si tratta di rimettere in discussione l'esigenza di fare profitti, indurre bisogni ed aumentare i consumi. Cambiano però le strategie: abbandonando i messaggi più invadenti e aggressivi, agenzie e aziende si orientano infatti ora su messaggi rassicuranti, solidali, come la creazione di opportunità sportive per i giovani (ovviamente accompagnate dalla sponsorizzazione di tutti i partecipanti, meglio se giovanissimi e indifesi) o l'adozione di politiche a favore dell'ambiente. Sperando che ciò basti a convincere i consumatori della bontà delle marche.

In realtà il prossimo appuntamento proposto dalle associazioni di consumatori e da vari movimenti della galassia del Social Forum è quello del Buy Nothing Day, lanciato in Francia per il 23 novembre, in Olanda per il 24, negli USA, in Danimarca e in Italia per il 29, in Svezia, Germania e Inghilterra per il 30 e così via con date ravvicinate in tutto il mondo. Come ormai molti sanno è una giornata internazionale contro il consumo. Non per scardinare il sistema consumistico (chiaramente non sarebbe sufficiente un solo giorno all'anno), ma per tentare un'apnea dello shopping compulsivo e rendersi conto così del potere che i media esercitano sulle nostre menti e sulle nostre azioni, prendendone le distanze.

Un obiettivo evidentemente antitetico e del tutto inconciliabile con quelli dei pubblicitari, per quanti sforzi di conciliazione i secondi possano fare.
D'altronde, come dicono i pubblicitari, la gente felice non consuma. Quest'anno poi l'appuntamento del BND (Buy Nothing Day, appunto) è segnatamente contro la pubblicità, con tanto di concorso (in Italia) per la migliore anti-pubblicità. Un concorso bandito da Terre di Mezzo e Altr'Economia, sulla scia dell'esperienza dei creativi antipubblicitari di Adbusters. Per chi non lo conoscesse, Adbusters è un movimento che fa "culture jamming": decostruisce i messaggi pubblicitari per creare "detournement" e slittamenti semantici, in modo da confondere i giochi di persuasione del sistema mediatico. Sono loro gli autori di molte delle parodie più note dei tormentoni pubblicitari. Per inciso, Adbusters è stato fondato nel 1989 ed è tuttora diretto dallo stesso uomo, Kalle Lasn, che ha ideato il Buy Nothing Day.

A Parigi si è parlato anche degli eccessi della pubblicità, invitando i partecipanti ad "autodenunciare" i propri errori. La maggior parte di coloro che si sono prestati al gioco hanno in realtà svicolato, denunciando quellli che sono stati piuttosto errori di marketing convertitisi in sprechi di denaro (come le campagne legate ai mondiali di calcio, costate moltissimo e rivelatesi poco redditizie), o mutamenti di strategia intervenuti nel tempo (come la Nike che ha abbandonato le apologie della vittoria più aggressive). Non ha potuto farlo la SNCF, la società delle ferrovie di stato francesi, che ha dovuto ritirare dalla distribuzione, proprio in queste settimane, uno spot indecente che pubblicizzava l'Eurostar. Scene di squallore metropolitano nei sobborghi di Parigi, e uno slogan: "Oppure, a tre ore da Parigi, c'e' Londra". Le associazioni dei consumatori hanno ottenuto che lo spot fosse ritirato e la SNCF si è scusata con gli amministratori locali della banlieu parigina.

Altro da leggere su questo tema:
- Il sito ufficiale della "Semaine de la Publicité" 2002
- Un servizio televisivo sugli Adbusters italiani sul sito di my-tv (paradossalmente il servizio è aperto dal solito spot...)
- BND Contest: il concorso a margine del Buy Nothing Day 2002
- Gli antipubblicitari francesi
- La storia degli antipubblicitari da un vecchio archivio di Repubblica rintracciato tra le pieghe della Rete


:: sandra 11/11/2002 06:06:00 PM :: permalink
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