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:: 5.10.02 ::

Perché non scriviamo buoni libri sul web

Con una punta di coraggio confesserò finalmente una cosa che forse in molti pensano, ma pochi (nessuno?!) ha il coraggio di dire: in Italia, non sappiamo scrivere buoni libri sul web. Naturalmente, se ne trovano ottimi tradotti. Abbiamo anche molti saggi, e riflessioni teoriche. Abbiamo interessanti, ma piccole guide su argomenti specifici (come il classico “Scrivere per Internet” di Luisa Carrada, che tutti abbiamo letto e che arricchiamo non smettendo mai di visitare il
sito dell’autrice). Però i grandi e veri manuali, quelli imperdibili, da tenere sulla scrivania per rileggere un passo o l’altro in caso di bisogno, sono inesorabilmente americani.

Che piacciano o meno i guru, sfido qualsiasi appartenente alla comunità web a dire che non ha letto Web usability di Nielsen; a non aver riso segretamente per molte delle cose che scrive nel suo Don’t make me think Steve Krug; a non aver sospirando pensando “finalmente!” quando è apparso Web re-design di Kelly Goto ed Emily Cotler. Ma nessun testo che sia nato in Italia riesce a diventare un punto di riferimento, ad avere la stessa densità ed anche utilità pratica. Perché?

Potremmo dire – come quasi sempre si fa – che negli Usa il web è più maturo, e dunque anche tutta l’azione di sistematizzazione delle conoscenze ad esso relative è più avanzata. Ma francamente a me non sembra solo una questione di tempi più o meno maturi: mi sembra proprio una questione di attitudine e di mentalità. Le “guide” ci irritano, forse? Sono la prima a considerare fastidiosi certi eccessi dei manuali americani, quando le check list diventano una vera ossessione, o quando sembra che in tre passaggi ecco, il sito è fatto, come se si trattasse di seguire una formula magica (è lo stesso anche per i libri americani che insegnano a scrivere sceneggiature: sembra che basti seguire la regoletta, e l’ottimo film è sfornato).

Deve però esserci una via di mezzo… tra certe rigidità americane e la nostra incapacità/non volontà di sistematizzare. Faccio un esempio: molti di noi hanno aspettato con curiosità ed interesse l’uscita di Content management di Alessandro Lucchini. Finalmente un libro italiano su un lavoro così difficile da afferrare e definire, su una professionalità in fieri ma di importanza sempre più evidente. Ma, chiedo, quanti di noi dopo averlo ansiosamente sfogliato sono rimasti delusi, con la sensazione di una promessa non mantenuta, di un’occasione mancata?

Content management ha sicuramente numerosi aspetti positivi. E’ un libro collaborativo, nato da un’esperienza di formazione a cui hanno collaborato in ugual misura docenti e discenti: quanto mai nello spirito vero del web. Fornisce miriadi di spunti di riflessione, e nutritissime tracce per approfondire le proprie conoscenze in una direzione o nell’altra (grazie ad una struttura che è “ipertestuale” anche nella forma del testo rilegato). Però però… non imparo un metodo. Non sistematizzo. Allargo ancora i confini di ciò che so o credo di sapere, andando dalla scrittura alla struttura, dalla semiologia alle tecnologie, dal knowledge management all’e-learning: ma non terrò mai il libro sulla mia scrivania di lavoro, come invece faccio con Web re-design. Io ho sentito chiaramente che al libro manca una visione forte, una griglia che catturi e restituisca anche il senso della stessa professione di cui tratta, in cui identificarmi visto che è così difficile capire cosa faccio tutti i giorni: il libro invece mi fa sentire ancora meno definita, un po’ tuttologa (che orrore), un po’ di questo e un po’ di quello, ma non con chiarezza e univocità una content manager. Casomai, scontent :-).

Sì lo so, sul web tutte le professionalità devono contaminarsi proprio perché la nascita di un sito è un processo profondamente collaborativo, quanto la nascita di un film (somiglianza su cui tornerò, in altra occasione): ma questo non significa che ognuno non abbia una sua specificità, una sua funzione identificabile e riconoscibile. Che cosa fa un content manager? Quali sono gli step concreti di questo lavoro? Sia nella nascita di un progetto sia nella sua gestione quotidiana (aspetto ancora meno esplorato, sigh)? Quali sono gli snodi, i punti critici, le cose a cui prestare la massima attenzione, i consigli utili, i trucchi, e sì anche le check list?

Aspettiamo ancora, quindi: aspettiamo una guida a questa professione, scritta da content manager italiani, da tenere tutti accanto al nostro odiato-amato pc.


Puoi visitare:
- il sito del libro di Lucchini www.webcontentmanager.it
- il sito del libro di Goto-Cotler www.web-redesign.com





:: chiara 10/05/2002 05:34:00 PM :: permalink
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:: 30.9.02 ::
Lavoratori cognitivi sull'orlo della crisi di nervi

In un periodo in cui si parla tanto di dipendenti e imprenditori, impresa, sindacati, precariato ecc., molti di noi - che operano nel settore della comunicazione, creativi, tecnologici - si sentono un po' destabilizzati. Le categorie del passato a noi non si applicano. Non è solo che siamo lavoratori atipici: siamo soprattutto lavoratori cognitivi.
In un articolo di Lorenzo Cillario (comparso nel 1996 su Derive Approdi), si legge che "per lavoro cognitivo va inteso il lavoro che viene investito dalla riflessività. Esso trasforma la struttura organizzativa e procedurale con cui si esplica, e ciò facendo genera nuova conoscenza". In pratica sono le nostre idee che ci danno da mangiare e che creano il nostro stesso lavoro e quello di altri.

Ma una definizione più completa la dà Bifo (al secolo Franco Berardi) nel suo libro del 2001 La fabbrica dell'infelicità. New economy e movimento cognitivo. Bifo descrive il lavoratore cognitivo come colui che prova piacere e soddisfazione intellettuale nella creatività del proprio lavoro; per questo considera il lavoro come un essenziale ambito di realizzazione e, come un'imprenditore di se stesso, è completamente coinvolto e perennemente in servizio (la sua icona è il telefono cellulare che lo rende sempre reperibile).
In sostanza quindi come persona giuridica, dal punto di vista formale, è pienamente libero, mentre nella sua vita concreta è completamente schiavizzato. Ed ecco la contraddizione chiave di questa condizione.

Infatti il lavoratore cognitivo, pur essendo sempre "IN" e massimamente coinvolto, non è propriamente imprenditore di se stesso: gode di inquadramenti da lavoratore atipico ed è soggetto alle decisioni del management come un lavoratore dipendente. Il lavoratore cognitivo è al tempo stesso imprenditore di se stesso e lavoratore dipendente di qualcun altro, e contemporaneamente anche artista, disoccupato, freelance… Questo fa sì che si viva una sorta di schizofrenia della condizione lavorativa. Peggiora il problema l'espropriazione del proprio corpo che vivono i forzati della new economy. Espropriazione che non fa che aiutare la crisi d'identità del "cognitariato". Tutti temi già toccati, per quanto in forma di narrativa un po' leggera, dal romanzo Microservi di Douglas Coupland del 1996 (pubblicato in Italia da Feltrinelli).

Per molti la soluzione della condizione schizofrenica dei lavoratori cognitivi può essere solo nell'autorganizzazione. Autoorganizzazione che nel caso specifico significa soprattutto, prima ancora che azione sindacale, circolazione della conoscenza, secondo il modello aperto caratteristico dell'opensource. La circolazione dei saperi permette che fra i brain workers e grazie alla loro azione congiunta nasca e si sviluppi una forma di intelligenza collettiva per l'elaborazione di nuove strategie politiche, sindacali, economiche, organizzative. Era un po' l'esperimento di Net Charta, la prima carta dei diritti dei net workers che doveva nascere con il contributo parallelo di tutti i soggetti coinvolti. Oggi il sito www.netcharta.org, lanciato a marzo/aprile di quest'anno, non è più attivo. E il sito delle Tute arancioni non dà cenni di vita dallo stesso periodo. E anche su
Rekombinant sembra essersi un po' arenato il progetto di un "Manifesto del Lavoro Cognitivo", forse per l'inafferrabilità dell'oggetto stesso. Ma nonostante ritardi e incertezze, vale la pena di seguire l'organizzazione dei brain workers che avviene nella rete, nelle mailing list, nei siti dove la pubblicazione è condivisa e aperta a tutti. Se non altro per non sentirsi soli sull'orlo di una crisi di nervi.


Per saperne di più:
- Rekombinant: Manifesto del lavoro cognitivo, in fieri
- "Che te lo dico a fare? Immaterial workers of the world": un articolo del 1999 da Derive Approdi, uno dei punti di partenza della discussione sul lavoro cognitivo
- Un'intervista a Bifo sul sito dello SWIF, in occasione dell'uscita del suo saggio La fabbrica dell'infelicità. New economy e movimento cognitivo del 2001
- Il sito delle tute arancioni, i lavoratori autorganizzati di Matrix (e Blu)
- Netslaves, una community americana per chi lavora nel settore tecnologico
- Chainworkers, webzine dedicata ai lavoratori delle catene commerciali



:: sandra 9/30/2002 02:14:00 PM :: permalink
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