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:: 18.9.02 ::

La primavera della radio, l'inverno della TV

C'è chi ne parla in termini di rinascita, chi invece di rimonta e altri ancora di rivincita: al di là delle sfumature linguistiche la notizia - vera - è che da due anni ad oggi gli italiani all'opulento mondo della televisione sono tornati a preferire la più sobria e domestica radio. Una radio premiata non solo dagli ascolti ma da un consenso crescente di critica e di opinione. Netta e per molti versi inattesa l'inversione di tendenza nel panorama mediatico nazionale, in un recupero di ascolti che peraltro non ha colto impreparati gli analisti più attenti né tantomeno gli inserzionisti pubblicitari, che già avevano fiutato il trend e previsto tutto.

Poiché dando per assodati i numeri relativi alle radio cosiddette commerciali (dove le playlist musicali sono architrave portante del palinsesto), la nuova primavera radiofonica registra un crescente consenso proprio in favore di quelle emittenti dai palinsesti "impegnati", ovvero quelle che chiamano gli utenti ad un ascolto attento e attivo con contenuti squisitamente informativi o tematici tipo Radiouno e Radio24; o ancora quelle stazioni che hanno nell'impegno culturale o civile di redattori e direttori il punto di forza, come nel caso di Radiotre o Popolare network.

Se Eugenio Finardi dichiara che "ama la radio perché arriva dalla gente", e ce lo ripete da una ventina d'anni ad oggi, a prescindere dal maggior o minor grado di libertà creativa le emittenti radiofoniche prese nel loro insieme convincono gli italiani: stando agli ultimi dati forniti da Audiradio, tra emittenti locali e nazionali il numero di contatti/radio (cioè il numero delle persone che almeno una volta al giorno si sintonizzano su di una stazione) sfiora la cifra record di 42 milioni, quasi 7 milioni in più rispetto alla media giornaliera dei contatti televisivi nel medesimo arco di tempo. Una distanza d'ascolto che altresì investe la fruizione e più in generale le rispettive tipologie di pubblico ripartite tra radio e televisione: distanza che tende ad approfondirsi e in una certa misura a radicalizzarsi se si pensa che un crescente numero di italiani "radiofili" si dichiarino indifferenti alla televisione, un oggetto superato di cui fanno a meno fisicamente o non possedendolo o avendolo rimosso.

Le ragioni del nuovo credo radiofonico? Una questione di stile, certamente, e di un linguaggio che miscela ottimamente spontaneità e improvvisazione; ma anche l'appeal dei personaggi che la popolano e forse pure un pizzico di moda: rimane il fatto che il consenso radiofonico supera quello televisivo in tutte le fasce d'età della popolazione, a tutti gli orari e a tutte le latitudini geografiche.
Un "alto gradimento" radiofonico riscontrabile nella popolarità di alcuni DJ come pure nel merchandising proposto dalle emittenti più ricche e popolari, oltre a vere e proprie invasioni di telefonate e-mail e sms che giungono alle redazioni: il che dà il senso e la misura di una differente percezione di "accessibilità al mezzo", a prescindere da quanto trasmesso.
Infine la conferma di come nella fascia notturna la radio davvero non tema rivali. Con annessa una piccola ma significativa lezione di management: non bastano ingenti risorse economiche per vincere la sfida del gradimento in ambito mediatico, occorrono idee e freschezza.

Poiché in fondo fare radio costa poco, specie se raffrontato a produzioni televisive che faticano sempre più ad intercettare gusti e sentimenti degli spettatori. Causa un linguaggio poco innovativo unito a contenuti omologati e a discorsi che alternano vuoti moralismi e finte trasgressioni, la televisione è oggi un bellissimo ascensore purtroppo fermo. Fuori di metafora, un mezzo che non riesce più a sfondare proprio laddove la radio oggi vince e convince, ovvero sul terreno dell'ironia, della leggerezza, della voglia di essere intrattenuti con gusto e - ove possibile - con intelligenza.

Così la corsara Radiodue e la rivale storica Radio Deejay si danno battaglia a colpi di conduttori del calibro di Vergassola e Littizzetto, Trio Medusa e David Riondino, personaggi di certo ricchi di talento ma che sul piccolo schermo spesso faticano a trovare quella libertà creativa che invece la radio offre loro. Nel 1980 i Buggles affermavano perentori che la radio era morta perché la tv l'aveva uccisa, "video killed the radio star" appunto: che sia ancora il caso di dirlo?

Alberto Grossi


:: redazione 9/18/2002 09:37:00 PM :: permalink
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:: 15.9.02 ::
Il newsmaking e la stupidità dei TG


Penso che capiti a molti di noi di chiedersi spesso, guardando un telegiornale, come sia possibile che la grande maggioranza dei servizi siano così superficiali, banali, conformisti e, in ultima analisi, del tutto inutili. E' mai possibile che tutti i giornalisti siano così ignoranti - o forse corrotti, o pavidi, o convinti della stupidità delle masse - da arrendersi tanto spesso alla banalità nel confezionare i servizi che ci propinano quotidianamente? Per non parlare delle mancate inchieste sui temi più scottanti, del sistematico ignorare tutti i temi che non siano spinti dalla moda del momento, dal non cercare di sollevare un sia pur minimo senso critico e di fornire al pubblico strumenti per la comprensione del presente.

Difetti che in parte sono propri di tutto il sistema dei media, ma sono particolarmente evidenti nell'informazione televisiva. Eppure la risposta non può essere affidata soltanto alla natura del mezzo televisivo, come se l'informazione TV non possa che essere superficiale. Né soltanto all'assetto proprietario dell'informazione e al monopolio dei media.

C'è una nozione che spiega molto: è quella di "newsmaking". In altre parole, il newsmaking è il meccanismo di produzione della notizia e l'insieme di routines produttive che si applicano nelle redazioni. Come illustrano i manuali di teoria della comunicazione, perché un evento sia "notiziabile", cioè confezionato e pubblicato sotto forma di notizia, deve rispondere ad una serie di criteri. Criteri che sono sì di qualità e interesse dell'evento, ma anche e soprattutto di organizzazione del lavoro. Tra questi criteri (detti anche valori-notizia, news values), che costituiscono una sorta di linee guida per la preparazione del materiale giornalistico, ne compaiono alcuni che impediscono per forza di cose alle notizie "interessanti" di passare, e rendono evidente che non possano che filtrare soltanto le notizie più banali:
- la notizia deve poter essere verificata facilmente, non deve esporre la testata a contestazioni rischiose
- deve essere dotata di un corredo visivo a basso costo
- deve inserirsi facilmente nello scadenzario pianificato del giornale
- non deve richiedere la ricerca faticosa di fonti "estranee" alle normali routines produttive
- possibilmente deve provenire dalle fonti standard (agenzie, fonti istituzionali), già reperite e verificate.
Detto questo, quale giornalista è motivato a mettersi in moto per approfondire un tema più scottante, se può prendere una qualsiasi statistica di costume fornita da un'agenzia, girare qualche ripresa per strada, confezionare qualche battutina e fare felice il proprio direttore tenendo bassi i costi? Come scriveva Mauro Wolf* "fasi e routine produttive diverse concorrono, ognuna con il suo contributo, a determinare e rafforzare tale distorsione involontaria, largamente indipendente dalla consapevolezza e intenzionalità del singolo giornalista e connessa invece all'organizzazione delle strutture informative e del lavoro redazionale".

In pratica, siamo finiti in un vicolo cieco: in questo sistema di produzione dell'informazione, soggetto alle logiche del mercato e della concorrenza, le storie che passano sono necessariamente le più banali e stupide. Anzi, è un miracolo, se queste sono le premesse, che ancora forse, una volta ogni tanto, qualcosa di interessante riusciamo a vederlo...
Ma allora - come avviene per l'ambiente, la fame nel mondo, la risoluzione dei conflitti internazionali, il sistema finanziario - anche l'informazione si trova in un'impasse da cui deve trovare la forza di uscire. Un primo modello cui ispirarsi c'è: è quello offerto dalle galassie della controinformazione in rete e del mediattivismo. Ma richiede di uscire dalle logiche del mercato. Come avviene per l'ambiente, la fame nel mondo, la risoluzione dei conflitti internazionali, il sistema finanziario.


:: sandra 9/15/2002 07:43:00 PM :: permalink
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